La Corte di Cassazione – Sezione III Penale – con sentenza del 6 novembre 2018 n. 50018 ha esteso l’ambito di applicabilità della fattispecie di reato di inquinamento ambientale (di cui all’art. 452-bis c.p.), affermando che per la configurabilità di tale reato è sufficiente la “potenziale contaminazione”.

Il Caso

A seguito di un accertamento effettuato dalle autorità su un’area di cava dismessa, gli operai di una società «erano stati sorpresi a scaricare e movimentare, con mezzi della società, rifiuti speciali colà illecitamente depositati senza autorizzazione ed in ingenti quantità». Usufruttuario di tale area era l’amministratore della medesima società.

Gli accertamenti effettuati dal Consulente Tecnico incaricato dalla magistratura e, successivamente, quelli effettuati dall’A.R.P.A.C., avevano evidenziato un superamento della concentrazione di contaminazione (CSC) a numerose sostanze chimiche inquinanti derivante dai rifiuti interrati (quali il Berillio, metalli pesanti, idrocarburi pesanti, PCB). Per l’effetto, l’area di cava dismessa era stata definita: “potenzialmente contaminata”.

L’utilizzo dell’avverbio potenziale è stato motivato sull’assunto che i rilievi e sondaggi avessero riguardato soltanto gli strati più superficiali dell’area dismessa, senza  essere stati estesi al livello base di pregressa lavorazione della ex cava (ossia al tufo grigio), né tantomeno alla falda acquifera sottostante.

A seguito delle predette rilevazioni, il Tribunale di Napoli, con ordinanza del 28 maggio 2018, ha ritenuto l’amministratore della società responsabile del reato di inquinamento ambientale ex art. 452-bis c.p.

L’imputato proponeva ricorso avverso l’ordinanza, asserendo che la potenziale contaminazione non poteva integrare gli estremi del reato di inquinamento ambientale che, a parere della difesa dell’imputato, poteva configurarsi solo a fronte di una contaminazione certa e provata (come definita dall’art. 240 lett. e) del D.Lgs. 152 del 2006).

La norma

La Corte di Cassazione si è trovata, quindi, a dover valutare i requisiti per la configurabilità del reato di inquinamento ambientale di cui all’ art. 452-bis c.p. che punisce chiunque abusivamente cagioni

  • una compromissione significativa e misurabile; o
  • un deterioramento significativo e misurabile

delle acque o dell’aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo, oppure di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna.

Nel mirino: l’ambiente quale oggetto di tutela penale dell’art. 452-bis c.p.

La Suprema Corte ha rigettato il ricorso evidenziando, in primo luogo, che il delitto di danno previsto dall’articolo 452-bis c.p. ha quale oggetto di tutela penale l’ambiente in quanto tale e non la protezione della salute pubblica (di cui all’art. 240 del D.Lgs.152 del 2006).

La Corte ha altresì affermato che l’accertamento del concreto pregiudizio arrecato all’ambiente non implica – necessariamente – che ci si trovi di fronte a un sito contaminato, potendo considerarsi sufficiente la sussistenza di gravi indizi circa la configurabilità dell’evento di compromissione o deterioramento significativi e misurabili di una vasta porzione di suolo e sottosuolo.

L’errore della difesa secondo la Cassazione:

Secondo la Corte di Cassazione, l’errore del ricorrente risiede nel aver interpretato il reato di inquinamento ambientale – introdotto dalla legge 22 maggio 2015, n. 68 – utilizzando la definizione di contaminazione di cui all’art. 240 lett. e) del D.Lgs. 152 del 2006 formulata, invero, indipendentemente dal reato di inquinamento ambientale.

Nella motivazione della sentenza si legge, infatti, che le definizioni contenute all’art. 240 lett. e) del D.Lgs. 152 del 2006 «valgono a disciplinare l’attività di bonifica dei siti quale prevista dal Titolo V del decreto, in relazione ai profili di rischio sanitario e ambientale sulla salute umana derivanti dall’esposizione prolungata all’azione delle sostanze presenti nelle matrici ambientali contaminate»

Invero, secondo la Corte di Cassazione, la “compromissione” e il “deterioramento” di cui al delitto di inquinamento ambientale  devono intendersi quali: «alterazione della originaria consistenza della matrice ambientale o dell’ecosistema caratterizzata da una condizione di squilibrio funzionale dei processi naturali o in una riduzione della cosa che ne costituisce oggetto in uno stato tale da diminuire in modo apprezzabile il valore o impedirne l’uso.».

Conclusioni

Ciò che emerge dalla lettura della sentenza è che la Corte di Cassazione abbia voluto ribadire che la tutela penale dell’ambiente prescinde dalla prova della contaminazione, e l’inquinamento ambientale deve ritenersi sussistente in tutti i casi in cui ci si trovi innanzi casi di danneggiamento dell’ambiente non rilevando la irreversibilità di tale danno.

Area di attività: Ambiente – Compliance 231

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